E i gattopardi sfidarono i nuovi conquistadores…

Sebastiano Messina in La Repubblica, 11 marzo 1994

Palermo – Come tutte le isole, sostiene il filosofo Manlio Sgalambro, la Sicilia attende impaziente di inabissarsi. Forse è vero e forse no, che la terra del Gattopardo senta che un giorno sarà inghiottita per sempre dal mare dei Malavoglia. Ma certo c’è qualcosa di surreale, di misterioso e di angosciante, in questa Sicilia che si avvia nel più assoluto silenzio a cambiare i suoi padrini politici, e oscilla incerta tra il trasformismo dei vecchi potenti, il fondamentalismo dei paladini della Morale e le lusinghe dei nuovi conquistadores in doppiopetto blu. Così oggi nessuno sa dove si fermerà, il 27 marzo, quel pendolo bizzarro che a giugno divise Catania tra due progressisti e un mese fa l’ha consegnata a un missino, un pendolo che fino a ieri era tutto col potere democristiano e oggi assegna a Forza Italia, nei sondaggi siciliani, un 32 per cento che è la più alta percentuale nazionale delle armate berlusconiane. Nei collegi di provincia, lontani da Palermo e da Catania, i tragici protagonisti della Tangentopoli siciliana si giocano il tutto per tutto per un’ultima elezione, una vittoria che per molti di loro sarebbe soprattutto un’assicurazione contro le visite a sorpresa dei carabinieri. La parola più ricorrente, nei comici nomi delle loro liste fai-da-te, è significativamente «libertà», intesa non come l’opposto della dittatura ma come il contrario del carcere: «Sicilia libera», «Popolo e Libertà», «Socialdemocrazia e Libertà»… L’ex democristiano Rudy Maira, inquisito per associazione mafiosa, ha scelto un simbolo che parla da solo: «S.O.S.». L’ex presidente della Regione Vincenzo Leanza ha copiato Pannella e si candida per la «Lista Vincenzo Leanza». L’ex sindaco di Mascali Biagio Susinni, che più viene arrestato e più guadagna voti, ha lasciato il seggio all’Assemblea regionale per puntare su Montecitorio: se ce la fa, non dormirà più in carcere. Tranne il socialista Salvo Andò, gli ex si sono ricandidati tutti. Non solo, ma agli uscenti più potenti, Calogero Mannino e Rino Nicolosi, i vecchi compagni di partito hanno devotamente sgombrato il campo, togliendo dai loro collegi i candidati più forti. Ad Acireale, il collegio blindato dove veniva eletto Mario Scelba, i popolari hanno addirittura schierato un ex socialista: così, sottobanco e senza scandalo, potranno sostenere più liberamente l’ex presidente della Regione, già astro nascente della Dc demitiana, oggi candidato unico di «Sicilia Futura». Nel suo studio lungo e stretto, tra due altissime librerie incombenti, Manlio Sgalambro – il settantenne filosofo pessimista che piace ai maestri tedeschi – trova in queste storie decadenti da fine impero la conferma di una sua antica teoria: «La Sicilia è refrattaria alla politica. Ciascun siciliano preferisce essere ciò che è, anziché cambiare, mutare, trasformarsi. Preferisce aspettare, anziché agire. E i politici ne approfittano. Un reazionario spagnolo, Donoso Cortez, diceva che la classe borghese è la classe discutidora. Io dico che la vera classe discutidora sono i politici. Da loro non mi aspetto nulla di buono. I nuovi gattopardi? Non mi preoccupano: forse avranno ancora un rispetto elettorale, ma certo non saranno più loro a fare la politica siciliana. Saranno altri, ugualmente mediocri. Sa, io mi sono chiesto spesso il perché di questa mediocrità. E sono arrivato alla conclusione che ci dev’essere un patto segreto tra i cittadini e i politici: io ti dò il voto, ti dò il potere, ma poi voglio poterti disprezzare. Le attese miracolistiche si intrecciano col disprezzo umano: se si va avanti così quest’isola non si salverà…». Sui muri di Palermo si vede solo qualche manifesto della Rete, con il solito slogan già letto tante volte, «La Rete siete voi». Orlando non è in campo, ma i suoi uomini sono candidati nella metà dei collegi uninominali per la Camera, mettendo la sinistra di fronte al dilemma «o questo o niente». La vera rete della politica siciliana, quella delle clientele, non è affatto affondata, si muove sottotraccia e nessuno sa dove la porteranno i suoi manovratori. La folla si raduna in piazza Politeama per il missino Fini, una folla che non si vedeva dalla manifestazione contro la strage di Capaci, e tra i vicoli della vecchia Palermo cresce l’attesa per l’ultimo viceré, Silvio Berlusconi, che qui guida la lista di Forza Italia ma non si è ancora manifestato: si è sentita solo la sua voce, come quella di un deus ex machina telefonico, alla manifestazione organizzata da Tiziana Parenti. L’arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito, non si fa impressionare dall’annunciata capitolazione di quella che fu una delle roccheforti democristiane. Senza indulgenza per gli inquisiti eccellenti che si sono messi in proprio, invita gli elettori cattolici «a decidere alla luce dei princìpi morali». E spiega, citando Hegel, che la sintesi arriva dopo la tesi e l’antitesi: «Oggi siamo di fronte all’antitesi. Vedo tanta incertezza, tanta confusione, ma sono certo che alla fine riemergeranno la saggezza e l’equilibrio che sono radicati nella storia e nella cultura dei siciliani. In Sicilia sta nascendo una nuova coscienza del riscatto, una voglia di risorgimento. Qua e là ci sono segnali che aprono il cuore alla speranza». L’arcivescovo ha vissuto da protagonista la rottura del vecchio sistema, attaccando i politici corrotti e portando fin dentro al carcere il suo appello al pentimento dei mafiosi. E oggi, più che l’avvento del Nuovo, monsignor Bommarito teme un interregno interminabile e micidiale: «Qui da me c’è una processione, ogni giorno. Su dieci persone che bussano, otto vengono perché cercano un lavoro. E nei loro occhi leggo l’amarezza di chi pensa: quando i politici mangiavano, mangiavamo tutti, ora che loro sono a digiuno anche noi facciamo la fame. Ecco, sarebbe pericolosissimo se questa convinzione si radicasse nel cuore dei siciliani». Eppure è certo che la nomenklatura dell’isola cambierà profondamente, tutta d’un colpo, tra un paio di settimane. Sarà un terremoto epocale, annunciato per ora dal più assoluto silenzio. Se sfogliate un giornale come «La Sicilia» non troverete una sola riga su questa guerra sotterranea per la conquista dell’isola. Potrebbe essere il giornale di Ferragosto, o dell’ultimo dell’anno: le elezioni sembrano un evento lontano, sospeso nel tempo e nello spazio. Il direttore-editore Mario Ciancio ha ordinato di trattare i candidati e i partiti esattamente come i convegni medici e gli spettacoli teatrali: se ne parla solo se comprano pubblicità. E poiché nessuno la compra, tutti vengono democraticamente trattati alla pari: ignorati del tutto. Una capricciosa legge del contrappasso sembra aver condannato i siciliani, bombardati per decenni dalla propaganda in dosi massicce, a decidere stavolta con gli occhi bendati. Sulle colline brulle di Caltanissetta, dove le mucche si spostano lentamente sulla statale e lasciano sull’asfalto un maculato ricordo di sterco, c’è uno stabilimento che è davvero un’oasi nel deserto. Lo governa un imprenditore di tutto rispetto, Francesco Averna, amministratore delegato dell’industria che ogni anno sforna 10 milioni di bottiglie del suo «amaro siciliano». Averna vive mille miglia lontano dalla quiete dell’arcivescovado, eppure i suoi timori e le sue angosce somigliano a quelli di monsignor Bommarito. «La vedo nera» confida. «Il vecchio potere è finito, eppure mai come oggi la Sicilia è stata ai margini del paese. Prenda un treno da Catania a Palermo, e mi dica quando arriva. Osservi le piazze piene di disoccupati. Legga le cifre delle esportazioni: scoprirà che questa regione è andata giù del 12 per cento, mentre persino la Basilicata e la Calabria aumentavano del 40 per cento il fatturato estero. Ecco, la gente vorrebbe finalmente qualche idea concreta, non solo sogni o proclami. Vorrebbe cambiare con giudizio, senza avventurismo, senza salti nel buio. E invece rischia di essere ingannata dai trasformisti, da quei politici che fino a poco tempo fa erano organici al vecchio potere e poi sono diventati gli alfieri del cambiamento…». Non c’è nulla da fare, allora? Nel silenzio incantato della sua villa sull’Etna, un silenzio interrotto solo dalle sue prove, Franco Battiato confessa di sapere poco o nulla di quel che sta accadendo nelle piazze. «So che i giovani, la maggior parte dei giovani, si tengono ancora lontani dalla politica. Diffidano. E tuttavia vedo in proiezione un’aura positiva. Se fino a un paio d’anni fa vedevo il nero assoluto, adesso vedo degli spiragli, una somma di tante piccole cose che mi fanno sperare. Un esempio? La difesa della mediocrità, che insieme alla rassegnazione ha segnato negativamente la cultura siciliana, non è più condivisa dai giovani: non accettano più di sparare a zero su chiunque si alzi al di sopra della media». Sette anni fa il musicista-cantautore tornò da Milano, scegliendo di vivere e di lavorare nella sua terra. Da allora è diventato un esempio controcorrente, dimostrando che si può avere successo anche senza vivere al Nord e diventando un protagonista della nuova cultura siciliana. Cosa succederà il 27 marzo, Battiato, vinceranno ancora i gattopardi? Cambierà qualcosa, ma solo perché tutto rimanga come prima? «Temo di sì, spero di no. Però sento che il seme della trasformazione è stato piantato. Questa Sicilia ha cominciato a prendere coscienza della sua tragedia. Certo, non basteranno una o due elezioni: un popolo non cambia dalla mattina alla sera…».

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